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Anima e casa

 

Geografie della memoria. Case, rovine, oggetti quotidiani di Antonella Tarpino (Einaudi 2008) propone un percorso nei luoghi dell'abitare che attraversa la letteratura, il cinema e anche l'esperienza quotidiana dei nostri paesaggi urbani postindustriali. La casa è la grande protagonista del saggio: non solo come spazio di sicurezza che separa il “dentro” dal fuori, l'ordine dal caos, ma anche e soprattutto in quanto luogo privilegiato della memoria, accumulo di ricordi “scolpiti nella tenace materia delle pietre o dei mattoni” (p. 4). “Anima e casa vivono di sedimentazioni del tempo” (p. 40).

  Tarpino, di formazione storica, e completamente (credo) a digiuno di fengshui , dimostra un'inconsapevole sintonia con quello scambio di energia fra persona e luogo che l'Occidente troppo spesso sembra aver dimenticato: “mobili e angoli domestici assumono su di sé, quasi animandosi, il peso, a volte gravoso, dei ricordi” (p. 87). La casa, prosegue l'autrice, contiene “le figure dell'io imprigionate nella materia degli oggetti, nei mobili di casa, tra le sagome dei mobili. Al punto che le camere, i loro contorni ordinati o disordinati, angolosi o morbidi, armonici divengono per intero pure proiezioni” (p. 92).

  Una delle grandi intuizioni del libro è che non vede contraddizione fra oggetti materiali e senso del sacro. Anzi, la casa è “spazio sacro” che li contiene, in un rapporto simbolico privilegiato fra spazio, tempo ed emozione: “E' la cultura materiale a tutti gli effetti, in cui il sacro è inseparabile dalle qualità più prosaiche della vita” (p. 64).

  Il volume stimola un'ulteriore riflessione sul tema delle rovine: soggetto romantico per eccellenza, transitate poi nei musei o nelle zone monumentali delle città, esse giocano un ruolo fondamentale nella conservazione della memoria storica e di qui svolgono un'importante funzione sociale. Questo di fatto apre una questione interessante per chi si occupi di fengshui , perché sappiamo che l'energia sha si accumula facilmente nei luoghi abbandonati, incolti e in rovina. Del resto, sbarazzarci dei “testimoni” storici (monumenti, ecc.) significa cancellare una parte del nostro passato che deve essere ricordato, soprattutto nei casi drammatici si stragi o esplosioni (i campi di concentramento in Germania, Austria e Polonia, l'unico edificio rimasto in piedi a Hiroshima, la crepa nella stazione di Bologna). Tanto meglio se ci fa orrore o se ci provoca sofferenza ogni volta che ci passiamo davanti.

  Da parte mia, dopo aver riflettuto sulla questione, sono arrivata alla conclusione che la differenza sta proprio nel contrasto fra memoria personale e storica: tenere “rovine” in casa prolunga un disagio o un dolore che non aiuta a vivere, mentre collocarle nel giusto posto e assegnare loro la dovuta funzione pubblica consente di “far tesoro” della storia della comunità sociale di appartenenza. Diverso è il caso di macerie, detriti, resti, residui, rifiuti, scarti che troviamo in molte periferie metropolitane, nelle discariche abusive, lungo i fiumi: al di là dell'inquinamento, è tutta energia sha e sarebbe opportuno che gli ambientalisti, i politici più progressisti e gli esperti di clutter clearing e space clearing unissero le loro voci per affrontare il problema a tutti i livelli. (a.c.)

 

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